Michael Gordon's Field of Vision: Q&A with Blow-Up Percussion

Photo courtesy Cosimo Trimboli and Romaeuropa Festival
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Da sinistra: Pietro Pompei, Aurelio Scudetti, Flavio Tanzi, Alessio Cavaliere, Michael Gordon, e Tonino Battista. Photo courtesy Cosimo Trimboli and Romaeuropa Festival

Lo scorso sabato, 19 settembre, l'Accademia ha ospitato la prima italiana di Field of Vision nell'ambito del Romaeuropa Festival, una composizione di Michael Gordon, Paul Fromm Resident in Composition 2027 presso l'American Academy in Rome, eseguita da Blow-Up Percussion.

Abbiamo incontrato Flavio Tanzi, direttore dell'ensemble Blow-Up Percussion, per conoscere meglio come è nata questa collaborazione, come l'ensemble si è preparato ad affrontare questa grande impresa e com'è stata l'esperienza. L'intervista è stata editata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Come vi siete preparati per il concerto? Come è stata la preparazione?

La preparazione è stata molto lunga, perché quello che abbiamo proposto è stata proprio la realizzazione di un'opera, dove andava pensata ogni minima cosa. Blow-Up è un ensemble modulare, ma con una formazione fissa che parte dal quartetto. Abbiamo realizzato anche altri concerti con formazioni più numerose, ma 36 percussionisti sono davvero tanti. La formazione dell'organico è stata quindi il primo aspetto della preparazione.

Il secondo è stato quello della strumentazione, perché le percussioni sono di per sé una strumentazione molto ingombrante. La percussione è un mondo sonoro che comprende praticamente tutto, e Michael Gordon ha sfruttato appieno questa caratteristica, lavorando su un'idea precisa ma richiedendo una strumentazione molto imponente e, soprattutto, molto particolare.

Gran parte della strumentazione che avete potuto vedere e ascoltare sabato è stata praticamente costruita da noi. Anche questo è stato un lavoro enorme.

Com'è stata l'esperienza per i performer? Come avete vissuto il contatto con il pubblico?

Noi speriamo chiaramente di ripetere questa performance tante, tante volte, in diverse altre sedi, ma ci siamo goduti ogni secondo, perché quello che abbiamo vissuto qui a Roma potrebbe essere un momento unico. Questa era la quarta o quinta rappresentazione in assoluto dell'opera.

I giovani performer erano tutti molto entusiasti. Per un ragazzo che sta studiando percussioni o si è appena diplomato, lavorare con un compositore importante come Michael Gordon, all'interno di un'opera per 36 percussionisti, in un festival importante come Romaeuropa e in una location bellissima e prestigiosa come l'American Academy, ha rappresentato un'esperienza unica.

Anche nei momenti in cui eravamo più sopraffatti dalla fatica, dai pensieri e dalle cose da fare, loro riuscivano sempre a mantenere un atteggiamento positivo. Ci facevano vedere la cosa con gli occhi di un ragazzo che, giustamente, vede soprattutto gli aspetti belli.

Penso che la cosa importante sia che ci sia sempre una sorta di barriera tra la musica nuova e il pubblico, e credo che sabato abbiamo contribuito, diciamo così, ad abbattere tutta una serie di paletti e preconcetti.

C'è stata improvvisazione all'interno della performance o era tutto coreografato?

Assolutamente: la performance era tutta completamente scritta, non c'era assolutamente improvvisazione. Anzi, spesso è addirittura un esempio perfetto di calcolo matematico. Sembra un progetto quando guardi la partitura.

È tutto assolutamente preciso e rigoroso. Spesso ognuno di noi suonava una cosa diversa, ma perfettamente calcolata: uno una figurazione sul due, uno sul tre, uno sul quattro, uno sul cinque, uno sul sei, uno sul sette. A volte eravamo organizzati in gruppi, a volte questi gruppi si separavano.

La stessa cosa avveniva con i brake drum. Le grancasse e i tam tam erano invece sempre assolutamente all'unisono. È una scrittura matematica, rigorosa e molto precisa. Non c'era assolutamente spazio per l'improvvisazione.

Anche la gestualità era precisa. Eravamo 36 persone, più il direttore, ma avevamo anche un click in cuffia perché lo spazio era enorme e non riuscivi a sentire bene quello che stava a trenta metri da te per suonare in maniera tradizionale. Quindi avevamo questa guida e tutto era scandito dall'inizio alla fine. Non c'era niente di improvvisato: era tutto scritto, studiato e preparato.

Parlaci un po' di più degli strumenti utilizzati in questo pezzo, perché sono piuttosto inusuali.

A parte le sei grancasse, che erano lo strumento più tradizionale, e l'intermezzo con le fascine di legno e le pietre, il resto della strumentazione era composto quasi interamente da metallo.

Nell'ultimo movimento ognuno di noi suonava un sixxen, una lastra di alluminio a forma di U. Erano 49 pezzi, distribuiti tra 36 percussionisti, e tutti dovevano essere perfettamente intonati.

Un'altra particolarità del secondo movimento erano i due cerchi centrali, formati da 12 percussionisti ciascuno, dove ognuno utilizzava un brake drum. Noi recuperiamo questi pezzi negli sfascicarrozze, perché non sono strumenti: sono proprio pezzi di macchine, automobili, camion e autobus.

Come è nata questa collaborazione?

Ho conosciuto personalmente Michael Gordon durante una produzione realizzata con la Contemporanea Ensemble del Parco della Musica, di cui sono percussionista. Avevo visto le prime immagini di Field of Vision che arrivavano da New York e da altri luoghi degli Stati Uniti e mi ero subito incuriosito e interessato a cercare di realizzare quest'opera anche qui in Italia. Lui ha accolto positivamente la mia proposta e da lì abbiamo cominciato a lavorare insieme per cercare di realizzarla.

A Romaeuropa Festival, a livello artistico, l'idea è piaciuta tantissimo ed è stata subito accolta. All'American Academy abbiamo trovato un partner e una collaborazione molto importante sotto tutti i punti di vista.

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